Appena sfiorate

Musica: In My Life
Colore: Verde

Alcune cose sono belle per quel che sono. In quel preciso momento.
Che durino minuti, ore, giorni o mesi, non importa.

Non sono belle per quello che potrebbero diventare.
Per il luogo da cui arrivano.

Sono belle lì, in quel momento perché sono così. Sospese.
Appena sfiorate.

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Azzurro

Musica: Oh! You Pretty Things
Colore: Azzurro

Ricordo ancora quel palloncino. Azzurro.
Ne ho un ricordo vivido. Ed ero piccolo, molto piccolo.
Un palloncino azzurro, comperato in una città che non era e non è mai stata mia.
Ricordo quando mi volò via dalle mani; il filo che scivolava tra le dita.
Rimasi a fissarlo mentre saliva in alto. Sempre più in alto.
Fu più lo stupore del dispiacere. Più la curiosità.
Lo immaginavo volare in alto, sino a dove non sarei mai potuto arrivare.
Fino alla luna, forse.

Chiesi a mia madre se sarebbe arrivato sin lassù e lei mi rispose di no, sarebbe scoppiato o si sarebbe sgonfiato e ricaduto giù.
Ma non le credetti. In fondo cosa poteva saperne di palloncini e sino a dove si sarebbe spinto il mio.
Quello era il mio palloncino e spettava solo a me decidere quale sarebbe stato il suo destino.
Sarebbe arrivato sino alla luna, e lì, tra le sue pieghe di luci e ombre, si sarebbe appoggiato a guardare tutti noi da lontano, libero.
Forse un giorno, un astronauta lo avrebbe trovato mentre vagava tranquillo e avrebbe sorriso.
Lo avrebbe preso con sé e me lo avrebbe riportato.

È così bello essere piccoli e poter immaginare ogni cosa. Disegnare il proprio mondo con le matite colorate.
Del colore che preferisci.
Forse di azzurro, come quel palloncino.
Chissà se si sente solo lì, sulla luna.
O se si diverte ancora a guardarmi da lontano, dopo tanti anni.

non dormire

Musica: Le Jour d’Avant
Colore: Arancione

vorrei non dormire più
osservare dalla finestra un infinito alternarsi di notti e di giorni
spegnere una sigaretta dopo l’altra
vorrei rimanere immobile
seduto sul pavimenti, le spalle appoggiate al muro
con un bicchiere di vino che non si svuoti mai tra le mani
vorrei morire lentamente all’alba di un giorno qualunque
con la luce che filtra facendosi sempre più forte
prima che possa ferirmi gli occhi
vorrei che fossi il mio ultimo pensiero
un pensiero che muoia a metà, senza essersi compiuto
com’è giusto che sia

Swordfishtrombone

Musica: Swordfishtrombone
Colore: Rosso

La vita, il più delle volte, ti colpisce come un pugno senza che tu faccia nulla per evitarlo. Come un cervo che si blocca davanti ai fari delle auto, vedi distintamente, spesso da lontano, quel pugno che sta per colpirti in pieno. Ma non ti muovi, resti a fissarlo; inchiodato e un po’ stupito. Ti risvegli solo dopo esserne stato investito, spesso parecchio tempo dopo. È capitato a tutti, e tutti sappiamo cosa di cosa parlo.

Non rimani lì per un motivo particolare, non per il desiderio di affrontare del dolore. Io, per esempio, non ho mai amato il dolore, di nessun genere. Non l’ho mai considerato un evento catartico utile a crescere e aumentare le proprie esperienze. Né ho mai pensato che averlo vissuto mi renda più intelligente, forte, debole, stupido. Sono sempre lo stesso tizio che ha preso un pugno in faccia in più.
Niente da raccontare, di cui vantarsi o, dio ce ne scampi lamentarsi. Perché lamentarcene non ci rende più interessanti, più vissuti; solo più rompicoglioni con quei noiosi “non puoi capire, non ci sei passato”. Chi avrà la sventura di ascoltare le nostre lamentazioni, infatti, si sentirà obbligato a darci una pacca sulla spalla, mettere su la migliore faccia comprensiva e empatica del loro repertorio e poi bestemmieranno un “mai più” appena saranno liberi di allontanarsi.

Questo a meno che non si incontri un altro professionista della lamentazione. Beh, in quel caso, avete già capito la situazione: due persone che si vomitano addosso i propri dolori, le proprie sciagure, in un crescendo in cui ognuno cerca di primeggiare sull’altro  maledicendo di non avere una rara malattia a decorso fatale con cui poter dare scacco all’altro una volta per tutte. Una gara in cui non vince mai nessuno, perché ciascuno resterà convinto di aver ricevuto più pugni in faccia e più forti.

Molto meglio rialzarsi barcollando, sistemarsi la camicia nei pantaloni cercando di darsi un tono dignitoso, e ordinare un altro whisky al bar, allentando la cravatta dal collo. In fondo non sarà l’ultimo pugno in faccia che riceveremo, lo sappiamo. E tutti quelli che ci han visti cadere, per quanto cerchino di dimostrarsi superiori, ne hanno ricevuti di identici: magari arrivavano dal basso o era un gancio sinistro, ma son crollati a terra e si sono, più o meno dignitosamente, rialzati come hai fatto tu.
E non ci sono morali da trarre. Certo si può decidere di fare scelte diverse per il futuro, evitando di incassare più volte lo stesso identico pugno, ma senza sperarci troppo. Abbiamo la guardia bassa e certi colpi continueremo a prenderli allo stesso modo. O la alzeremo, ma scopriremo altri punti del nostro corpo a colpi più o meno forti che faranno sempre e comunque male.

Si tratta solo di rialzarsi ogni volta. Bere quell’ultimo whisky e andare a casa. Guardare allo specchio l’occhio pesto che abbiamo portato a casa, sorridere con un po’ di autocommiserazione a quel tizio che ormai non riconosci più da anni, sputare quel po’ di sangue che è rimasto in bocca, e andare a dormire.
E, il mattino dopo, davanti a un caffè, interrogarsi su quale sarà il prossimo colpo. Perché evitarli no, non si può. Non ne siamo neppure capaci.

Una parola sola

Musica: Heroes
Colore: Grigio Azzurro

Mi sono seduto sul bordo della scogliera, dritta a picco sul mare.
Fissavo le rocce sul fondo, su cui si infrangeva il mare.
Sentivo la paura nel tuo sguardo e il balbettio spaventato delle tue poche parole.
E non ne ho avuto pietà.

Non ne avuta per me che avevo più paura di te e restavo zitto per non farti ascoltare il tremore della mia voce.
Ma non ho avuto pietà. per me o per te.
Non ne ho avuta delle lacrime che lasciavi cadere giù silenziose.

Fissavo le rocce sul fondo cercando di misurarne la distanza.
Per non pensare. alla mia paura, alla tua. A me, a te.
Alle lacrime già versate e a quelle che venivano giù, trascinate dal vento.
Ti ho sentita piangere un ti prego.
E non ne ho avuto pietà.

Troppo spaventata, immobilizzata dalla paura per venire più vicino e aggrapparti a me, lasciare mi aggrappassi a te.
Certa di non avere più parole da utilizzare, parole che ti fossero concesse. E avevi ragione.
Eppure una cosa da dire l’avresti avuta, quella sola.
Troppo difficile, forse. O troppa paura, non lo so.

Rompendo il silenzio, ti ho chiesto di prendere la macchina fotografica e scattare una foto. Lì, di quel momento, sorpreso dalla mia voce che aveva smesso di tremare.
Il tuo no, quasi urlato, me lo aspettavo.
È stato un peccato.

Oggi avresti avuto un ricordo in più di me.
Qualcosa da nascondere e dimenticare.
Qualcosa da cui valesse davvero la pena di fuggire.

In balia di vento e elementi

Musica: Amongster
Colore: Arancione

In balia di vento e elementi.
Sempre aggrappati a qualcosa.
Qualcosa che a volte c’è, a volte esiste solo nella nostra mente.
E immaginare che esista è già abbastanza.
Stringere le mani, lentamente, sperando come in sogno, che vi troveremo da stringere quello che vorremmo.
O non stringerle mai, per non correre il rischio.

Facciamo finta

Musica: The unforgettable fire
Colore: Verde acido

Chiudi gli occhi.
Facciamo finta, per un momento, che io non sia io e tu non sia tu.
Che la tua vita non sia quella che hai e io viva quella di qualcun altro.
Io di quella te, quella che non sei tu, sarei innamorato.
E anche tu lo saresti di quel me che non sono io.
Sarebbe una grande storia d’amore, di passione travolgente e tenerezze quotidiane.
Ci terremmo per mano passeggiando e ti volteresti ogni tanto per sorridere a quello che non sono io. E io sorriderei in risposta a quella che non sei tu.
Non ci preoccuperemmo dei problemi che abbiamo io e te, né ci faremmo rincorrere da un passato che non è più il nostro.
Riempiremmo gli spazi rimasti vuoti di cose nuove, di quei te e me che non siamo noi.

E ora riapri gli occhi e smettiamo di fingere.
Io sono io, e tu sei tu.
È il momento in cui ci sorridiamo tristemente e ci salutiamo.
Ancora. Di nuovo. Come ogni volta.
Ognuno prosegue sulla sua strada sapendo che, prima o poi, ci rincontreremo.
E ci sederemo, chiuderemo gli occhi per un attimo e fingeremo ancora.
Fingeremo che io non sia io e tu non sia tu.
Per poterci amare di nuovo.
Per un istante ancora.