Nonsense

Musica: Fun, Fun, Fun
Colore: Fuxia

È stato un nonsense. A me piace tanto il nonsense.
Leghi parole e concetti che lì per lì non hanno nessuna connessione, nessun collegamento.
E spesso non ne hanno neppure dopo, ma è il loro bello. Nel mezzo ci inserisci roba seria, cose che ha senso dire, cose che non diresti mai in un altro contesto, perché ha senso, ma è scomodo argomentare, faticoso.
In un nonsense, invece, nessuno si sogna di chiedere spiegazioni, approfondimenti o giudicarti per quello che hai appena detto. Perché, come dice la parola stessa, è un nonsense e sarebbe contrario alla logica cercare di trovargli un sense.
Noi siamo stati quello: un nonsense. Parlavamo lingue diverse e facevamo fatica a capirci. Pensavo stessi dicendo una cosa e invece no, stavi parlando di sai solo tu cosa. O forse no, non lo sapevi neppure tu cosa. Forse rispondevi a quello che credevi stessi dicendo io, ma io non stavo dicendo quella cosa li, ne stavo dicendo un’altra.
Sarebbe stato tutto normale, per quanto normale potessero essere conversazioni tra due persone che parlano lingue diverse e non si capiscono, se non fosse che abbiam fatto finta fosse normale. Anzi, no. Non abbiamo neppure fatto finta. Ne eravamo convinti. Non ci siamo fatti sfiorare dal dubbio.
Abbiamo continuato a parlare, parlare. Star zitti (un sacco zitti). Ma proprio tanto zitti alle volte. Così zitti che ogni tanto bisognava controllare se fosse successo qualcosa, se ancora fossimo capaci di parlare semmai ce ne fosse venuta voglia.
Poi a parlare di nuovo, senza capire più di due parole di fila, figurarsi una frase intera o un concetto.
Ma alla fine annuivamo, convinti. Tutto chiaro, ogni cosa chiarita, soddisfatti.
Poi, un giorno, tra uno stare zitti zitti, ma davvero zitti, e un parlare e parlare, mettendo in fila parole, concetti, frasi, bugie e verità combinando senza neppure saperlo tutti gli ingredienti per un perfetto nonsense, per l’ennesima, milionesima, volta, beh, quel giorno ci siamo accorti che ognuno se andava per la sua.
Convinti che stessimo dicendo il contrario e sicuri fino a due secondi prima di averlo fatto, senza salutarci neppure, ci siamo voltati e addio.
L’ultimo nonsense.
Io lo amo il nonsense. Ma viverci dentro è un’altra roba.
È come stare in barca per una settimana. All’inizio soffri un po’, ma sei preparato.
Poi tutto diventa normale, il rollio, le sbandate.
È quando torni a terra che ti accorgi. Quando sbandi sul suolo solido cercando di compensare un movimento che non c’è più. È allora che capisci.
Smaltisci la sbornia di nonsense che per mesi hai tracannato accollato alla bottiglia e resta solo la nausea, il mal di testa e lo stordimento.
Sì, io lo amo il nonsense, ma tu, sii cortese. Semmai ci rincontrassimo non aprire la bocca, tanto non capirei. E io non la aprirò, tanto non capiresti una parola.
Se proprio penseremo di aver qualcosa da dirci, useremo dei cartoncini, su cui scriveremo dei concetti semplici, di due parole, massimo tre.
Scritti con il pennarello grosso, io rosso e tu nero. Ok, va bene io nero e tu rosso, se preferisci.
Poche parole, a lettere maiuscole.
Sul mio, te lo posso dire già. Ci sarà scritto: MA VAFFANCULO.
O forse no. Forse ci sarà scritto CARCIOFO BLU
Non lo so, sono indeciso.

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