Swordfishtrombone

Musica: Swordfishtrombone
Colore: Rosso

La vita, il più delle volte, ti colpisce come un pugno senza che tu faccia nulla per evitarlo. Come un cervo che si blocca davanti ai fari delle auto, vedi distintamente, spesso da lontano, quel pugno che sta per colpirti in pieno. Ma non ti muovi, resti a fissarlo; inchiodato e un po’ stupito. Ti risvegli solo dopo esserne stato investito, spesso parecchio tempo dopo. È capitato a tutti, e tutti sappiamo cosa di cosa parlo.

Non rimani lì per un motivo particolare, non per il desiderio di affrontare del dolore. Io, per esempio, non ho mai amato il dolore, di nessun genere. Non l’ho mai considerato un evento catartico utile a crescere e aumentare le proprie esperienze. Né ho mai pensato che averlo vissuto mi renda più intelligente, forte, debole, stupido. Sono sempre lo stesso tizio che ha preso un pugno in faccia in più.
Niente da raccontare, di cui vantarsi o, dio ce ne scampi lamentarsi. Perché lamentarcene non ci rende più interessanti, più vissuti; solo più rompicoglioni con quei noiosi “non puoi capire, non ci sei passato”. Chi avrà la sventura di ascoltare le nostre lamentazioni, infatti, si sentirà obbligato a darci una pacca sulla spalla, mettere su la migliore faccia comprensiva e empatica del loro repertorio e poi bestemmieranno un “mai più” appena saranno liberi di allontanarsi.

Questo a meno che non si incontri un altro professionista della lamentazione. Beh, in quel caso, avete già capito la situazione: due persone che si vomitano addosso i propri dolori, le proprie sciagure, in un crescendo in cui ognuno cerca di primeggiare sull’altro  maledicendo di non avere una rara malattia a decorso fatale con cui poter dare scacco all’altro una volta per tutte. Una gara in cui non vince mai nessuno, perché ciascuno resterà convinto di aver ricevuto più pugni in faccia e più forti.

Molto meglio rialzarsi barcollando, sistemarsi la camicia nei pantaloni cercando di darsi un tono dignitoso, e ordinare un altro whisky al bar, allentando la cravatta dal collo. In fondo non sarà l’ultimo pugno in faccia che riceveremo, lo sappiamo. E tutti quelli che ci han visti cadere, per quanto cerchino di dimostrarsi superiori, ne hanno ricevuti di identici: magari arrivavano dal basso o era un gancio sinistro, ma son crollati a terra e si sono, più o meno dignitosamente, rialzati come hai fatto tu.
E non ci sono morali da trarre. Certo si può decidere di fare scelte diverse per il futuro, evitando di incassare più volte lo stesso identico pugno, ma senza sperarci troppo. Abbiamo la guardia bassa e certi colpi continueremo a prenderli allo stesso modo. O la alzeremo, ma scopriremo altri punti del nostro corpo a colpi più o meno forti che faranno sempre e comunque male.

Si tratta solo di rialzarsi ogni volta. Bere quell’ultimo whisky e andare a casa. Guardare allo specchio l’occhio pesto che abbiamo portato a casa, sorridere con un po’ di autocommiserazione a quel tizio che ormai non riconosci più da anni, sputare quel po’ di sangue che è rimasto in bocca, e andare a dormire.
E, il mattino dopo, davanti a un caffè, interrogarsi su quale sarà il prossimo colpo. Perché evitarli no, non si può. Non ne siamo neppure capaci.

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