Azzurro

Musica: Oh! You Pretty Things
Colore: Azzurro

Ricordo ancora quel palloncino. Azzurro.
Ne ho un ricordo vivido. Ed ero piccolo, molto piccolo.
Un palloncino azzurro, comperato in una città che non era e non è mai stata mia.
Ricordo quando mi volò via dalle mani; il filo che scivolava tra le dita.
Rimasi a fissarlo mentre saliva in alto. Sempre più in alto.
Fu più lo stupore del dispiacere. Più la curiosità.
Lo immaginavo volare in alto, sino a dove non sarei mai potuto arrivare.
Fino alla luna, forse.

Chiesi a mia madre se sarebbe arrivato sin lassù e lei mi rispose di no, sarebbe scoppiato o si sarebbe sgonfiato e ricaduto giù.
Ma non le credetti. In fondo cosa poteva saperne di palloncini e sino a dove si sarebbe spinto il mio.
Quello era il mio palloncino e spettava solo a me decidere quale sarebbe stato il suo destino.
Sarebbe arrivato sino alla luna, e lì, tra le sue pieghe di luci e ombre, si sarebbe appoggiato a guardare tutti noi da lontano, libero.
Forse un giorno, un astronauta lo avrebbe trovato mentre vagava tranquillo e avrebbe sorriso.
Lo avrebbe preso con sé e me lo avrebbe riportato.

È così bello essere piccoli e poter immaginare ogni cosa. Disegnare il proprio mondo con le matite colorate.
Del colore che preferisci.
Forse di azzurro, come quel palloncino.
Chissà se si sente solo lì, sulla luna.
O se si diverte ancora a guardarmi da lontano, dopo tanti anni.

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Swordfishtrombone

Musica: Swordfishtrombone
Colore: Rosso

La vita, il più delle volte, ti colpisce come un pugno senza che tu faccia nulla per evitarlo. Come un cervo che si blocca davanti ai fari delle auto, vedi distintamente, spesso da lontano, quel pugno che sta per colpirti in pieno. Ma non ti muovi, resti a fissarlo; inchiodato e un po’ stupito. Ti risvegli solo dopo esserne stato investito, spesso parecchio tempo dopo. È capitato a tutti, e tutti sappiamo cosa di cosa parlo.

Non rimani lì per un motivo particolare, non per il desiderio di affrontare del dolore. Io, per esempio, non ho mai amato il dolore, di nessun genere. Non l’ho mai considerato un evento catartico utile a crescere e aumentare le proprie esperienze. Né ho mai pensato che averlo vissuto mi renda più intelligente, forte, debole, stupido. Sono sempre lo stesso tizio che ha preso un pugno in faccia in più.
Niente da raccontare, di cui vantarsi o, dio ce ne scampi lamentarsi. Perché lamentarcene non ci rende più interessanti, più vissuti; solo più rompicoglioni con quei noiosi “non puoi capire, non ci sei passato”. Chi avrà la sventura di ascoltare le nostre lamentazioni, infatti, si sentirà obbligato a darci una pacca sulla spalla, mettere su la migliore faccia comprensiva e empatica del loro repertorio e poi bestemmieranno un “mai più” appena saranno liberi di allontanarsi.

Questo a meno che non si incontri un altro professionista della lamentazione. Beh, in quel caso, avete già capito la situazione: due persone che si vomitano addosso i propri dolori, le proprie sciagure, in un crescendo in cui ognuno cerca di primeggiare sull’altro  maledicendo di non avere una rara malattia a decorso fatale con cui poter dare scacco all’altro una volta per tutte. Una gara in cui non vince mai nessuno, perché ciascuno resterà convinto di aver ricevuto più pugni in faccia e più forti.

Molto meglio rialzarsi barcollando, sistemarsi la camicia nei pantaloni cercando di darsi un tono dignitoso, e ordinare un altro whisky al bar, allentando la cravatta dal collo. In fondo non sarà l’ultimo pugno in faccia che riceveremo, lo sappiamo. E tutti quelli che ci han visti cadere, per quanto cerchino di dimostrarsi superiori, ne hanno ricevuti di identici: magari arrivavano dal basso o era un gancio sinistro, ma son crollati a terra e si sono, più o meno dignitosamente, rialzati come hai fatto tu.
E non ci sono morali da trarre. Certo si può decidere di fare scelte diverse per il futuro, evitando di incassare più volte lo stesso identico pugno, ma senza sperarci troppo. Abbiamo la guardia bassa e certi colpi continueremo a prenderli allo stesso modo. O la alzeremo, ma scopriremo altri punti del nostro corpo a colpi più o meno forti che faranno sempre e comunque male.

Si tratta solo di rialzarsi ogni volta. Bere quell’ultimo whisky e andare a casa. Guardare allo specchio l’occhio pesto che abbiamo portato a casa, sorridere con un po’ di autocommiserazione a quel tizio che ormai non riconosci più da anni, sputare quel po’ di sangue che è rimasto in bocca, e andare a dormire.
E, il mattino dopo, davanti a un caffè, interrogarsi su quale sarà il prossimo colpo. Perché evitarli no, non si può. Non ne siamo neppure capaci.

Una parola sola

Musica: Heroes
Colore: Grigio Azzurro

Mi sono seduto sul bordo della scogliera, dritta a picco sul mare.
Fissavo le rocce sul fondo, su cui si infrangeva il mare.
Sentivo la paura nel tuo sguardo e il balbettio spaventato delle tue poche parole.
E non ne ho avuto pietà.

Non ne avuta per me che avevo più paura di te e restavo zitto per non farti ascoltare il tremore della mia voce.
Ma non ho avuto pietà. per me o per te.
Non ne ho avuta delle lacrime che lasciavi cadere giù silenziose.

Fissavo le rocce sul fondo cercando di misurarne la distanza.
Per non pensare. alla mia paura, alla tua. A me, a te.
Alle lacrime già versate e a quelle che venivano giù, trascinate dal vento.
Ti ho sentita piangere un ti prego.
E non ne ho avuto pietà.

Troppo spaventata, immobilizzata dalla paura per venire più vicino e aggrapparti a me, lasciare mi aggrappassi a te.
Certa di non avere più parole da utilizzare, parole che ti fossero concesse. E avevi ragione.
Eppure una cosa da dire l’avresti avuta, quella sola.
Troppo difficile, forse. O troppa paura, non lo so.

Rompendo il silenzio, ti ho chiesto di prendere la macchina fotografica e scattare una foto. Lì, di quel momento, sorpreso dalla mia voce che aveva smesso di tremare.
Il tuo no, quasi urlato, me lo aspettavo.
È stato un peccato.

Oggi avresti avuto un ricordo in più di me.
Qualcosa da nascondere e dimenticare.
Qualcosa da cui valesse davvero la pena di fuggire.

Nonsense

Musica: Fun, Fun, Fun
Colore: Fuxia

È stato un nonsense. A me piace tanto il nonsense.
Leghi parole e concetti che lì per lì non hanno nessuna connessione, nessun collegamento.
E spesso non ne hanno neppure dopo, ma è il loro bello. Nel mezzo ci inserisci roba seria, cose che ha senso dire, cose che non diresti mai in un altro contesto, perché ha senso, ma è scomodo argomentare, faticoso.
In un nonsense, invece, nessuno si sogna di chiedere spiegazioni, approfondimenti o giudicarti per quello che hai appena detto. Perché, come dice la parola stessa, è un nonsense e sarebbe contrario alla logica cercare di trovargli un sense.
Noi siamo stati quello: un nonsense. Parlavamo lingue diverse e facevamo fatica a capirci. Pensavo stessi dicendo una cosa e invece no, stavi parlando di sai solo tu cosa. O forse no, non lo sapevi neppure tu cosa. Forse rispondevi a quello che credevi stessi dicendo io, ma io non stavo dicendo quella cosa li, ne stavo dicendo un’altra.
Sarebbe stato tutto normale, per quanto normale potessero essere conversazioni tra due persone che parlano lingue diverse e non si capiscono, se non fosse che abbiam fatto finta fosse normale. Anzi, no. Non abbiamo neppure fatto finta. Ne eravamo convinti. Non ci siamo fatti sfiorare dal dubbio.
Abbiamo continuato a parlare, parlare. Star zitti (un sacco zitti). Ma proprio tanto zitti alle volte. Così zitti che ogni tanto bisognava controllare se fosse successo qualcosa, se ancora fossimo capaci di parlare semmai ce ne fosse venuta voglia.
Poi a parlare di nuovo, senza capire più di due parole di fila, figurarsi una frase intera o un concetto.
Ma alla fine annuivamo, convinti. Tutto chiaro, ogni cosa chiarita, soddisfatti.
Poi, un giorno, tra uno stare zitti zitti, ma davvero zitti, e un parlare e parlare, mettendo in fila parole, concetti, frasi, bugie e verità combinando senza neppure saperlo tutti gli ingredienti per un perfetto nonsense, per l’ennesima, milionesima, volta, beh, quel giorno ci siamo accorti che ognuno se andava per la sua.
Convinti che stessimo dicendo il contrario e sicuri fino a due secondi prima di averlo fatto, senza salutarci neppure, ci siamo voltati e addio.
L’ultimo nonsense.
Io lo amo il nonsense. Ma viverci dentro è un’altra roba.
È come stare in barca per una settimana. All’inizio soffri un po’, ma sei preparato.
Poi tutto diventa normale, il rollio, le sbandate.
È quando torni a terra che ti accorgi. Quando sbandi sul suolo solido cercando di compensare un movimento che non c’è più. È allora che capisci.
Smaltisci la sbornia di nonsense che per mesi hai tracannato accollato alla bottiglia e resta solo la nausea, il mal di testa e lo stordimento.
Sì, io lo amo il nonsense, ma tu, sii cortese. Semmai ci rincontrassimo non aprire la bocca, tanto non capirei. E io non la aprirò, tanto non capiresti una parola.
Se proprio penseremo di aver qualcosa da dirci, useremo dei cartoncini, su cui scriveremo dei concetti semplici, di due parole, massimo tre.
Scritti con il pennarello grosso, io rosso e tu nero. Ok, va bene io nero e tu rosso, se preferisci.
Poche parole, a lettere maiuscole.
Sul mio, te lo posso dire già. Ci sarà scritto: MA VAFFANCULO.
O forse no. Forse ci sarà scritto CARCIOFO BLU
Non lo so, sono indeciso.