Nomi

Musica: Let Down
Colore:  Arancione

La differenza è che butto sempre via tutto.
Con niente alle spalle mi sento più leggero.
Poco bagaglio, solo uno zaino leggero.

La differenza è che penso a oggi e, ogni tanto, a domani.
Di ieri mi son dimenticato.

La differenza è che non do mai un nome alle cose che cerco.
Hanno nomi loro, ognuno differente.
Li hanno già da prima che le cercassi.

La differenza è che ogni giorno è nuovo, ogni orizzonte diverso.
Non mi sveglio mai sotto lo stesso sole, non guardo mai la stessa luna.

Quando

Musica: Rome wasn’t build in a day
Colore: Grigio Perla

Quando la strada non è diritta, e raramente lo è. Quando non hai quel che vuoi, e non hai mai saputo cosa vuoi. Quando il cielo è grigio, anche se fuori il sole splende. Quando pensare è complicato, e facile non lo è mai stato. Quando avresti bisogno di una carezza, e non ne accetteresti da nessuno. Quando tutta una notte non basta, perché le notti son sempre troppo brevi. Quando sguardi, parole e sorrisi non bastano più, anche se di sguardi, sorrisi e parole sei vissuto. Quando l’alba ti consegna un giorno nuovo, e ne faresti volentieri a meno. Quando rivolti la tua vita per trovarle il dritto, e non sai se ne ha uno. Quando dovresti prendere decisioni, e invece ti accendi una sigaretta. Quando vorresti spegnere tutto e chiudere gli occhi, ma poi non sapresti cosa succederà nel frattempo. Quando una morale non c’è, e le cose puoi solo prenderle così, come vengono.

Scorre

Musica: Moby Dick
Colore: Carta da zucchero

Succede che il telefono resti muto troppo a lungo.
Quel poco di troppo.

Che la via per raggiungersi sia uno stretto vicolo a senso unico e non ci siano panchine sulle quali sedersi a baciarsi per ore.

Nonsense

Musica: Fun, Fun, Fun
Colore: Fuxia

È stato un nonsense. A me piace tanto il nonsense.
Leghi parole e concetti che lì per lì non hanno nessuna connessione, nessun collegamento.
E spesso non ne hanno neppure dopo, ma è il loro bello. Nel mezzo ci inserisci roba seria, cose che ha senso dire, cose che non diresti mai in un altro contesto, perché ha senso, ma è scomodo argomentare, faticoso.
In un nonsense, invece, nessuno si sogna di chiedere spiegazioni, approfondimenti o giudicarti per quello che hai appena detto. Perché, come dice la parola stessa, è un nonsense e sarebbe contrario alla logica cercare di trovargli un sense.
Noi siamo stati quello: un nonsense. Parlavamo lingue diverse e facevamo fatica a capirci. Pensavo stessi dicendo una cosa e invece no, stavi parlando di sai solo tu cosa. O forse no, non lo sapevi neppure tu cosa. Forse rispondevi a quello che credevi stessi dicendo io, ma io non stavo dicendo quella cosa li, ne stavo dicendo un’altra.
Sarebbe stato tutto normale, per quanto normale potessero essere conversazioni tra due persone che parlano lingue diverse e non si capiscono, se non fosse che abbiam fatto finta fosse normale. Anzi, no. Non abbiamo neppure fatto finta. Ne eravamo convinti. Non ci siamo fatti sfiorare dal dubbio.
Abbiamo continuato a parlare, parlare. Star zitti (un sacco zitti). Ma proprio tanto zitti alle volte. Così zitti che ogni tanto bisognava controllare se fosse successo qualcosa, se ancora fossimo capaci di parlare semmai ce ne fosse venuta voglia.
Poi a parlare di nuovo, senza capire più di due parole di fila, figurarsi una frase intera o un concetto.
Ma alla fine annuivamo, convinti. Tutto chiaro, ogni cosa chiarita, soddisfatti.
Poi, un giorno, tra uno stare zitti zitti, ma davvero zitti, e un parlare e parlare, mettendo in fila parole, concetti, frasi, bugie e verità combinando senza neppure saperlo tutti gli ingredienti per un perfetto nonsense, per l’ennesima, milionesima, volta, beh, quel giorno ci siamo accorti che ognuno se andava per la sua.
Convinti che stessimo dicendo il contrario e sicuri fino a due secondi prima di averlo fatto, senza salutarci neppure, ci siamo voltati e addio.
L’ultimo nonsense.
Io lo amo il nonsense. Ma viverci dentro è un’altra roba.
È come stare in barca per una settimana. All’inizio soffri un po’, ma sei preparato.
Poi tutto diventa normale, il rollio, le sbandate.
È quando torni a terra che ti accorgi. Quando sbandi sul suolo solido cercando di compensare un movimento che non c’è più. È allora che capisci.
Smaltisci la sbornia di nonsense che per mesi hai tracannato accollato alla bottiglia e resta solo la nausea, il mal di testa e lo stordimento.
Sì, io lo amo il nonsense, ma tu, sii cortese. Semmai ci rincontrassimo non aprire la bocca, tanto non capirei. E io non la aprirò, tanto non capiresti una parola.
Se proprio penseremo di aver qualcosa da dirci, useremo dei cartoncini, su cui scriveremo dei concetti semplici, di due parole, massimo tre.
Scritti con il pennarello grosso, io rosso e tu nero. Ok, va bene io nero e tu rosso, se preferisci.
Poche parole, a lettere maiuscole.
Sul mio, te lo posso dire già. Ci sarà scritto: MA VAFFANCULO.
O forse no. Forse ci sarà scritto CARCIOFO BLU
Non lo so, sono indeciso.

Illudermi

Musica: Summertime
Colore: Rosso

La padella che sfrigola sul fuoco. La bottiglia di vino stappata.
Un calice di rosso che ruota tra le dita.
E la musica, si. La musica. Ella Fitzgerald canta, la voce ancora giovane tagliata dal rumore del solco del vinile.
La sigaretta si consuma nel posacenere.

Dovresti essere seduta lì, sulla sedia a sinistra.
Un calice tra le mani, gli occhi chiusi ad ascoltare. A ciondolare la testa seguendo le note e la sua voce.
Annusare profumi e sorridere.

Dovresti essere seduta lì.
A illudermi d’essere bella perché sono io a renderti così bella. Con i miei occhi, i miei sguardi.
Dovresti essere lì. E ce l’ho un po’ con te per non esserci. A sorridere, con gli occhi chiusi, a ciondolare il capo.
A sorridere, soprattutto.

Al presente

Musica: Sparring partner
Colore: Azzurro

Ti amo è un verbo e come ogni verbo, ha un tempo.
Ti amo è presente.
Ti amerò, una bugia, magari in buona fede, che con impegno e fortuna riusciremo a mantenere per un po’ o un poco di piu di un po’, chi lo sa.
Ti ho amato, invece, è nostalgia, e la nostalgia rende tutto fumoso, dimentica e ricorda a sua discrezione.

Amare è un verbo su cui pesa pudicizia e preconcetto. Sospetto e paura.
Stretto tra le tue braccia, cercandoci con la bocca per divorarci, lo pensavo, al presente.
Sulla tua pelle, contro il bianco dei tuoi denti, l’ho trattenuto.
Per educazione, precauzione, è rimasto lì, non detto nonostante l’urgenza bruciasse in pancia, petto, fin sulla lingua.
Non una promessa, non il punto fisso in un mondo in movimento e mutazione.
Solo il presente. In quel presente quel ti amo trattenuto tra i denti era più vero del soffitto, del letto, del domani.
Vero come il tuo corpo, il tuo odore, lenzuola intrecciate e sudore. In quel presente nulla poteva essere più vero.

Ti amo è un verbo, al presente.
Poi il presente diventa passato e quel ti amo è andato perso. Per sempre.
Sostituito da altri ti amo, che non sono stato io a dirti.
Ripetuti più a lungo nel tempo, forse, in tanti presente che si saranno susseguiti.
Presente dopo presente.
Non per questo più veri di quello che non ti ho detto.